“La comunicazione parte non dalla bocca che parla ma dall’orecchio che ascolta..”
Anonimo
“Non comunichiamo con le nostre intenzioni ma con gli effetti che produciamo”.
Scriveva Paul Watzlawick negli anni ‘60; psicologo austro-americano che si occupò, in modo rivoluzionario e dirompente, di comunicazione strategica.
E, per riprendere la citazione tratta da “Pragmatica della comunicazione umana”, questi effetti che produciamo riguardano ciò che scegliamo di dire o di non dire e come scegliamo di farlo.
E hanno un peso che va di pari passo con il ruolo che ricopriamo e che l’ambiente e le persone con cui comunichiamo, ci riconoscono e ci attribuiscono.
C’è una cosa che accade spesso, nello sport come nella vita.
Figure di riferimento in famiglia o in palestra che, animate dalle migliori intenzioni, finiscono per fare il peggior danno possibile: trasformare l’interesse, l’affetto e persino l’amore, in aspettativa.
“Puoi fare di più.”
“Devi tirare fuori il carattere.”
“Ma com’è possibile fare certi errori.”
“Con il tuo talento dovresti arrivare lontano.”
Frasi che nella mente di un giovane atleta, creano spesso un sottofondo che suona così:
“Non sono abbastanza.”
Ed è qui che nasce la distorsione più profonda: la convinzione che sei all’altezza solo in funzione di ciò che ottieni e non di ciò che sei e diventi mentre percorri la strada.
Il Protocollo di Terapia Breve Strategica del prof. Giorgio Nardone ci insegna che spesso le tentate soluzioni diventano il problema: più insistiamo nell’obiettivo di motivare, spingere e spronare un atleta e più il rischio è di finire per non farlo sentire mai abbastanza e bloccarlo.
Il messaggio implicito è “devi dimostrare di valere” e, quando il valore diventa qualcosa da dimostrare, soddisfando aspettative che non considerano il percorso di crescita ma solo il numero (per esempio quello delle interrogazioni o quello del podio), la crescita si ferma.
Nascono l’ansia da prestazione, la paura di sbagliare, il bisogno di compiacere.
E tutto ciò che rendeva lo sport un luogo di scoperta, diventa una gabbia.
Il ruolo di un genitore o di un allenatore non è quello di giudicare il risultato, ma di aiutare l’atleta a vedere se stesso come in divenire, non come in debito.
Proviamo, la prossima volta che parliamo ad un giovane atleta dopo la partita, a chiedergli come si è sentito, non com’è andata.